Il tema del gioco d’azzardo continua a sollevare interrogativi non solo economici e sociali, ma anche scientifici. Un recente studio australiano (“Harm-to-self from gambling: A national study of Australian adults”, 2024) ha dimostrato come solo il 25% dei danni complessivi legati all’azzardo sia riconducibile ai giocatori patologici con dipendenza conclamata. La parte più consistente – quasi il 75% – riguarda invece persone che non rientrano nella categoria clinica dei “patologici”, ma che sperimentano comunque perdite economiche, fragilità familiari e difficoltà di salute mentale.
Il paradosso della prevenzione
Questa evidenza ribadisce il cosiddetto prevention paradox: lo Stato, da un lato, trae beneficio economico dal gioco legale, dall’altro è costretto a sostenere costi sociali e sanitari per curarne gli effetti. Il problema si aggrava in contesti come l’Italia, dove l’azzardo è stato normalizzato e la consapevolezza dei rischi è molto bassa, proprio mentre dovrebbe rappresentare il punto di partenza di ogni politica preventiva.
Il caso italiano
Tre fattori rendono il nostro Paese particolarmente vulnerabile:
- densità territoriale altissima di punti gioco, la più elevata in Europa;
- integrazione sociale del gioco d’azzardo (slot nei bar, gratta e vinci nelle tabaccherie);
- accessibilità continua, grazie all’online e alla diffusione capillare dell’offerta offline.
Eppure la ricerca italiana continua a concentrarsi quasi esclusivamente sui giocatori patologici, trascurando i danni diffusi nella popolazione generale. Una scelta che non appare casuale: riconoscere il prevention paradox significherebbe mettere in discussione l’intero impianto narrativo che legittima il sistema attuale, fondato sull’idea che l’azzardo danneggi “solo pochi”.
Implicazioni sociali
In realtà, il danno collettivo è ben più ampio e coinvolge non solo i giocatori “moderati”, ma anche i familiari e la comunità. Parlare esclusivamente di dipendenza conclamata riduce la portata del problema, mentre una politica seria di prevenzione dovrebbe considerare la totalità delle ricadute economiche, relazionali e sanitarie che il gioco produce sul tessuto sociale.
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