Merito di credito e business plan: il nodo strategico per l’accesso ai finanziamenti

La valutazione del merito di credito resta una delle fasi più delicate dell’attività bancaria: significa stabilire se un’impresa sarà in grado di rispettare, nel tempo, gli impegni assunti in un contratto di finanziamento. La normativa europea e le linee guida EBA (“Lom”) fissano i principi generali, ma lasciano ampio margine alle banche nella definizione dei modelli valutativi. I driver della valutazione Gli istituti di credito sono chiamati a raccogliere documentazione completa e a valutare: Una buona situazione di partenza è condizione necessaria, ma non sufficiente: ciò che conta davvero è la capacità futura di adempiere agli obblighi contrattuali. Il ruolo decisivo del business plan In questa logica il business plan diventa il documento chiave: non solo bilanci previsionali, ma anche una parte descrittiva che chiarisca obiettivi strategici, azioni operative, fattori ESG e ipotesi di sviluppo ragionevoli. Solo così è possibile ridurre le asimmetrie informative tra banca e impresa e fornire elementi concreti per la valutazione della sostenibilità finanziaria. Il piano deve dunque rappresentare in maniera integrata la posizione finanziaria attuale e prospettica, evidenziando struttura patrimoniale, capitale circolante, reddito e flussi di cassa. Centrale è il Debt Service Coverage Ratio (DSCR), ovvero l’indicatore della capacità di generare risorse sufficienti per il servizio del debito, anche in scenari avversi, tramite un’analisi di sensibilità. Una sfida per le imprese Per ottenere credito, non basta dimostrare di “stare bene oggi”: serve convincere la banca che esiste una strategia sostenibile e credibile anche per il futuro. È qui che si gioca la partita dell’accesso ai finanziamenti: nella qualità della pianificazione e nella solidità delle scelte imprenditoriali. Fonte: (sintesi di un articolo di Riccardo Andriolo, Il Sole 24 Ore – 22 settembre 2025)

Denunciati i vertici della Cassa di Risparmio di Asti: le accuse di usura ed estorsione finiscono in Procura

Una vicenda giudiziaria complessa e potenzialmente esplosiva coinvolge la Cassa di Risparmio di Asti, i suoi vertici e alcuni funzionari. Con una denuncia depositata l’8 maggio scorso presso la Procura della Repubblica di Asti, l’imprenditore Alessandro Bramafarina, titolare della società immobiliare Carrera srl, ha accusato l’istituto di pratiche gravemente scorrette, che avrebbero contribuito al dissesto della sua azienda. Le imputazioni sono pesanti: usura, estorsione, appropriazione indebita dell’Iva, indebita percezione di fondi pubblici e concorso doloso nel fallimento della società. Nel documento vengono citati l’amministratore delegato e direttore generale Carlo Demartini (già condannato in primo grado per false comunicazioni sociali), alcuni funzionari della banca e il commercialista Alfredo Poletti. Le contestazioni principali Un quadro delicato per la banca La denuncia si inserisce in un momento critico per l’istituto astigiano: l’AD Carlo Demartini attende a breve l’udienza d’appello per la precedente condanna relativa a false comunicazioni sociali, e il nuovo procedimento rischia di aggravare la posizione della governance. Ora spetta alla magistratura accertare la fondatezza delle accuse, ma il caso porta con sé implicazioni che vanno oltre la singola vicenda imprenditoriale, sollevando interrogativi sulla gestione del credito e sulla tutela delle imprese nei rapporti con gli istituti bancari. 📎 Per approfondire: https://lospiffero.com/ls_article.php?id=91582

Prestiti garantiti e crescita economica: l’allarme di Confindustria

(fonte: Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2025) Nel corso di un’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore, il vicepresidente di Confindustria con delega al credito, finanza e fisco, Angelo Camilli, ha espresso forti preoccupazioni sulle nuove norme che penalizzerebbero le banche con maggiore ricorso alle garanzie del Fondo per le PMI. Quali sono le priorità per la manovra? Secondo Camilli, se i conti pubblici mostrano segnali incoraggianti, l’obiettivo deve restare quello di una crescita più robusta, capace di sostenere salari, produttività e competitività. Per raggiungerlo è fondamentale una politica industriale centrata sugli investimenti innovativi e sull’accesso al credito delle imprese. Perché il Fondo di garanzia è così importante? Il Fondo rappresenta uno strumento decisivo: oltre il 70% dei finanziamenti sostenuti riguarda prestiti a medio-lungo termine e circa il 40% è destinato a investimenti. Introdurre una stretta significherebbe rischiare meno credito disponibile e costi più alti per le imprese. Camilli ha ricordato che il Fondo opera da oltre vent’anni senza generare squilibri sui conti pubblici, con tassi di insolvenza contenuti e un effetto moltiplicatore significativo per l’economia. Quali rischi comportano le nuove regole? Secondo Confindustria, eventuali penalizzazioni per le banche porterebbero a una maggiore selettività nell’erogazione del credito e a un aumento dei costi a carico delle aziende. Lo stesso vale per un’eventuale stretta sui controlli, che rischierebbe di rallentare l’iter delle garanzie, riducendo l’efficacia dello strumento. Che cosa propone Confindustria? L’associazione chiede un piano chiaro, semplice e duraturo (3-5 anni) per sostenere gli investimenti, rifinanziando il Fondo anche attraverso la rimodulazione del PNRR o dei fondi strutturali. Inoltre, sollecita il potenziamento degli incentivi fiscali, come il credito d’imposta per ricerca e sviluppo, il rafforzamento delle misure per il Mezzogiorno e un miglioramento delle norme su Industria 4.0. E sul fronte fiscale? Camilli ha ribadito che la riduzione della pressione fiscale deve rimanere una priorità. In particolare, Confindustria auspica un rafforzamento delle misure a favore della patrimonializzazione delle imprese (Ires o strumenti alternativi come l’ex Ace), un maggiore sostegno al welfare aziendale e agevolazioni semplificate per i premi di risultato.

Manovra e conti pubblici: crescita rivista al rialzo, ma il futuro resta incerto

(fonte: Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2025) Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, i nuovi dati diffusi da Istat hanno rivisto al rialzo la crescita economica del 2023, portandola all’1% rispetto allo 0,7% stimato in precedenza. Questo aggiustamento statistico ha avuto un impatto positivo anche sui conti pubblici: il debito pubblico è stato ricalcolato al 134,9% del Pil (dal 135,3% precedente), mentre il deficit si è attestato al 3,36% invece che al 3,45%. Un miglioramento, dunque, che offre qualche margine in più nella gestione della finanza pubblica e nei rapporti con Bruxelles. Tuttavia, se il passato offre dati più solidi del previsto, il futuro si presenta carico di incertezze. Le prospettive per il 2025 e il 2026, infatti, appaiono meno favorevoli: le stime di crescita potrebbero scendere rispettivamente allo 0,5% e allo 0,7%, complice l’instabilità geopolitica, la guerra in Europa, i dazi commerciali e i costi dell’energia ancora elevati. La prossima legge di bilancio dovrà quindi muoversi in un quadro delicato: da un lato, mantenere l’impegno a ridurre deficit e debito per uscire dalla procedura europea sui disavanzi; dall’altro, sostenere un’economia che rischia di rallentare ulteriormente. In questo contesto, il governo conta anche sulle maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione fiscale, che rappresentano una delle poche risorse spendibili senza entrare in conflitto con i vincoli imposti dall’UE. In sintesi, i dati Istat forniscono una fotografia più positiva del recente passato, ma le sfide per il biennio 2025-2026 restano aperte e complesse, richiedendo scelte prudenti e allo stesso tempo capaci di stimolare la crescita.